Categoria: Il Punto 1

  • «La guerra: polvere dispersa ai venti»

    «La guerra: polvere dispersa ai venti»

    Giuseppe Fedeli

    di Giuseppe Fedeli *

    «La guerra: polvere dispersa ai venti “Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris” (Genesi 3,19). Quella polvere, dispersa ai venti, un giorno risorgerà gloriosa, a consacrare un gesto di pietà per chi, polvere anche lui, un tempo si cingeva il capo della palma di superiorità rispetto ai propri simili, di essere di questo mondo e di poterlo dominare.

    La guerra, dentro e fuori: case sventrate, alberghi diroccati, strade coperte dalla polvere e dalle macerie. Le lacrime degli ultimi non gridano vendetta, ma impetrano pietà verso chi non sa cosa sia un atto d’amore, e perciò stesso è condannato alla sua immedicabile, abissale solitudine. Di certo, così non ragioneranno le vittime scampate ai troppi disastri, i familiari di chi ha dovuto dire addio a questo mondo per una serie di concause che hanno dell’esecrabile. Al punto che la inesorabile sequenza dei fenomeni di distruzione fa pensare al Giudizio Finale.

    Indignato, scrivo ciò perché non trovo via d’uscita a un vicolo cieco che non si può percorrere, se non con la lampada della ragione e con gli strumenti del buon senso: maledetti siano dunque coloro che si sono arrogati il diritto di mettere a ferro e fuoco le terre altrui, così decretando impunemente il sacrificio di tanti poveri cristi. Perché, secondo la promessa messianica, alla fine dei tempi l’uomo giacerà con le bestie selvatiche e non ci sarà più guerra e tutte le lacrime verranno asciugate…Se è vero che il giudizio di Dio è imperscrutabile, questo, tuttavia, non ci esime, e, anzi, a maggior ragione, ci impone di stigmatizzare le condotte scellerate di chi ha pensato solo al proprio tornaconto, in una spirale egoica tesa all’annientamento dell’altro. Senza voler analizzare quelle che sono le ragioni (sic!) del tanti conflitti che divampano nel pianeta, è un fatto che, ormai perso ogni punto di ancoraggio, la legge della convivenza (che si può tradurre con solidarietà) è stata miserabilmente calpestata. Col risultato di aver buttato a mare il gesto semplice, meraviglioso del com-patire, nel senso di condividere la comune, ineluttabile sorte».

     

    * giudice

  • Addio a Magnalbò, il ricordo di Verdenelli: dal primo incontro ai legami del senatore con il Fermano

    Addio a Magnalbò, il ricordo di Verdenelli: dal primo incontro ai legami del senatore con il Fermano

    Al Castellano Vecchio di Sant’Elpidio a Mare: in primo piano Luciano Magnalbò. Con lui Stefano Papetti, Milena Santini, Maurizio Verdenelli (foto Emanuela Scattolini)
    Riceviamo dal giornalista Maurizio Verdenelli, il ricordo di Luciano Magnalbò: «Senatore per due mandati fino al 2006 (dal 2001 vicecapogruppo), avvocato, giornalista, scrittore e pittore, 83 anni (li avrebbe compiuti il 5 aprile) Luciano Magnalbò di antica e nobile fermana (città a cui sempre è stato legato cui ha dedicato ricerca storica, libri e pittura) è deceduto nei giorni scorsi a Macerata».
    «Sono centinaia – scrive il giornalista Verdenelli nel suo ricordo del senatore – i fotogrammi in alcune decine d’anni che legano la mia memoria a Luciano Magnalbò, compagno di irripetibili avventure giornalistiche/librarie. Una sola più delle altre, tuttavia, rimanda la sua immagine di integrità a difesa della libertà d’espressione e del principio di Verità. In un’espressione sola: d’indipendenza a costo di tutto. Ai tempi di Mani Pulite, Luciano in tipografia ad impaginare il giornale da lui diretto, insensibile alle ‘minacce’ di un potente politico (l’enorme cellulare pioneristico piantato su un tavolo s’accendeva ogni 5 minuti mandando suoni e luci) mi parve l’Humphrey Bogart di Deadline. “E’ la stampa, bellezza: è la stampa e tu non ci puoi fare niente“. Game over! Il giornale chiuse subito dopo per taglio di fondi e Luciano ne fondò subito un altro con mezzi propri: Cosmopolitan (credo il nome della testata).
    Tutto era iniziato qualche anno prima dall’arch. Gabor Bonifazi che mi presentò al ‘Messaggero’, redazione di Macerata, il noto avvocato Magnalbò. E la scintilla s’accese. Scoprendosi una vena autentica di columnist, Luciano divenne una prima firma della cronaca cittadina con una rubrica presto popolarissima: ‘L’oro di Macerata‘. Cosi tanto di successo che un grande giornalista, Arnaldo Giuliani, lo volle alla guida del ‘Corriere Adriatico’ che allora guidava.
    Tuttavia i nostri rapporti non s’interruppero per…così poco. E la tenuta di campagna dei Magnalbò a Schito (ad un muro della sala principale la foto del nonno podestàcon Mussolini reduce della cerimonia di Corridonia) divenne una piccola ‘scuola siciliana’ con fervidi intellettuali sempre più numerosi attorno a Luciano: Bonifazi, Hermas Ercoli, Guido Garufi, Silvio Craia, Libero Paci,  giornalisti di varie testate e giovani che si sarebbero presto affermati.
    Poi con l’amata pittura alla corte del maestro Remo Brindisi, i libri. Gialli ambientati nei quartieri alti, tra contesse e marchese, e qualche anno fa dopo che Gabor gli aveva dedicato il suo ‘L’orologio dei Magnalbo’, lo scoop scoperto tra le carte degli archivi fermani di cui era appassionato frequentatore: “Una tragedia dimenticata” (Ilari editore). Scritto a quattro mani con chi scrive: la morte a Macerata di alcuni allievi della scuola gesuita (ora Bmb) morti nel sonno sotto le rovine del palazzo colpito da uno dei rovinosi terremoti della prima metà del ‘700. Una sciagura tenuta fino ad allora segreta e svelata nel libro. Che ebbe rapido successo. Presentato tra le altre sedi, al palazzo comunale di Osimo e a Passignano sul Trasimeno (Pg) sulla famosa rotonda cantata da Fred Bongusto che Franco Migliacci aveva scritto proprio in riva al lago, e non sul mare prospiciente Senigallia.
    Nel luglio scorso è uscito ‘La stanza della caccia‘ (Livi editore) in collaborazione  con Milena Santini presentato davanti a 200 persone al Castellano Vecchio, antica dimora di Sant’Elpidio a Mare. Tra i relatori, un pò a sorpresa essendo lui un eminente critico d’arte e direttore museale, il prof. Stefano Papetti. Una presenza spiegata da lui stesso…a causa della multi-disciplinarietà di Luciano scrittore e pittore apprezzata da Papetti.
    Poi le preziose ed ambite prefazioni, da ricordare quella al bel libro di Lidia Appignanesi su Boschetto Ricci a Sforzacosta. E la sua attività di ricercatore storico, soprattutto nel Fermano la terra dei suoi avi di cui conservava radici ed immagini, tra le altre quella del bel palazzo di città, del quale mi fece ammirare la pianta in vista di un libro ad hoc.
    A Fermo (nel capoluogo e nel Fermano tanti amici, tra questi Giovanni Martinelli) ogni estate era presente nella Collettiva cult presso il sito archeologico all’ingresso di Piazza del Popolo. Opere di pregio, elogiate dalla critica. Ancora in estate al mare la rassegna dei libri al Vela Club a Civitanova Marche e a Porto San Giorgio, alla Lega Navale.
    L’ultima telefonata tre settimane fa per invitarlo ad una nuova avventura editoriale: “Certo: quando si parte?” mi chiese.
    Ancora progetti davanti e alle spalle una lunga, intensa navigazione che improvvisamente si e’ interrotta l’altra notte. Per dare nuovo inizio ad un’altra navigazione. Nella nostra memoria, nella nostra affettuosa gratitudine e soprattutto nella storia culturale marchigiana. Buon vento, Luciano!».

    https://cronachefermane.jef.it/2026/03/11/addio-a-luciano-magnalbo-il-senatore-con-lanimo-dartista/748191/

  • «Iran: chi vince davvero questa guerra?» I tre scenari possibili nell’analisi del prof. Petrocchi

    «Iran: chi vince davvero questa guerra?» I tre scenari possibili nell’analisi del prof. Petrocchi

    * di Maurizio Petrocchi

    Iran: chi vince davvero questa guerra? L’operazione contro l’Iran è stata presentata come contro-proliferazione nucleare. I fatti raccontano qualcosa di diverso: una campagna per la disarticolazione di uno Stato. Ma mentre Teheran resiste, Mosca guadagna, Pechino si consolida e il materiale fissile rimane nei tunnel di Isfahan. La domanda vera è un’altra.

    C’è un paradosso al cuore di ogni grande campagna militare moderna: quanto più essa si afferma come operazione di sicurezza, tanto più rivela la sua natura di strumento di trasformazione sistemica.
    La guerra contro l’Iran che si consuma in queste settimane non fa eccezione. Presentata, si diceva, come operazione di contro-proliferazione nucleare, si è rapidamente dispiegata come qualcosa di più ambizioso e, insieme, di meno definito: un tentativo di riscrivere gli equilibri di potenza nel Medio Oriente allargato attraverso la disarticolazione dello Stato iraniano.
    La domanda che ci dovremmo porre non è se l’Iran sopravviverà militarmente, probabilmente sì, ma chi guadagna potere strutturale da questa crisi, e attraverso quali leve invisibili.

    La storia non mente: efficienza tattica non è strategia

    Chiunque abbia studiato la proiezione di forza americana dalla prima guerra del Golfo in poi riconosce immediatamente le proporzioni: oltre novecento attacchi statunitensi nelle prime dodici ore, tremila obiettivi colpiti in sette giorni, tassi di sortita che si avvicinano a quelli del 1991 con una frazione degli assetti impiegati allora. La macchina bellica è diventata più efficiente. Ma la storia insegna che l’efficienza tattica e la coerenza strategica sono grandezze indipendenti. Nel 1991 si sapeva cosa si voleva ottenere: la liberazione del Kuwait. Nel 2003 si sapeva cosa si voleva distruggere: un regime. In entrambi i casi, la fase successiva al successo militare si rivelò il problema irrisolto. Oggi il quadro è ancora più opaco.
    L’obiettivo dichiarato – neutralizzare il programma nucleare – è già contraddetto dai fatti: gli attacchi agli impianti nucleari sono stati relativamente limitati rispetto all’intensità complessiva della campagna. I siti di Natanz, Fordow, Isfahan sono stati colpiti durante la “guerra dei dodici giorni” di giugno. Ciò che si fa adesso è altro.
    Si colpiscono le Guardie Rivoluzionarie, la Marina, i sistemi missilistici balistici, la leadership, i centri del potere politico. Non è una campagna di contro-proliferazione: è una campagna per la disarticolazione dello Stato iraniano.

    Il collo di bottiglia che nessuno nomina

    Il vero indicatore militare della campagna non è il numero di bombe sganciate, ma lo stato dei lanciatori missilistici mobili iraniani. Le cifre diffuse da fonti israeliane indicano circa centocinquanta lanciatori residui, con un trend di logoramento che al ritmo attuale avrebbe dovuto azzerarli entro giorni. Questo è il “collo di bottiglia” reale: non gli impianti fissi, non i siti nucleari sotterranei, ma la capacità di risposta mobile.
    Parallelamente, quattrocentoquaranta chilogrammi di uranio altamente arricchito al sessanta per cento risultano ancora non contabilizzati, presumibilmente nei tunnel dell’impianto di Isfahan. La comunità d’intelligence americana ha parzialmente confermato questa ipotesi.
    La soglia della weaponization, l’ulteriore arricchimento al novanta per cento, realizzazione della testata, integrazione con un vettore, rimane distante ma non impossibile.
    Il paradosso nucleare è questo: l’operazione presentata come contro-proliferazione potrebbe aver creato le condizioni per un’accelerazione clandestina del programma, qualora il regime sopravviva sufficientemente coeso e con sufficienti capacità tecniche residue.

    Il regime non crolla: l’illusione della diaspora

    La nomina di Mojtaba Khamenei a nuovo Guida Suprema è un atto che gli strategic studies definirebbero di “continuità sistemica sotto pressione”. Il regime non si è sfaldato, ha attivato piani di contingenza predisposti a cinque livelli di profondità nella catena di comando, sia civile sia militare. L’esercito regolare ha dichiarato fedeltà al governo. Le Guardie Rivoluzionarie mantengono controllo quasi totale sui processi decisionali critici, compreso il dossier nucleare. Occorre fare attenzione alle narrazioni della diaspora. Reza Pahlavi che rivendica un “mandato iraniano” dall’estero, il Mek che si posiziona come successore: sono fenomeni che obbediscono alla logica dei contendenti esterni, non alla realtà interna. Il rally around the flag che si registra dentro l’Iran, non per amore della Repubblica Islamica, ma per il timore della disgregazione nazionale in un paese multietnico è un indicatore di resilienza sistemica che gli analisti ottimisti tendono a sottovalutare.

    La guerra che si vede e quella che non si vede

    C’è una variabile che i briefing militari non catturano facilmente. Il cielo annerito sopra Teheran, la pioggia di idrocarburi sui marciapiedi, l’acqua inquinata, le scuole colpite, i bambini morti nelle prime fasi della campagna: la popolazione iraniana non si attendeva questo tipo di guerra. Il distacco viscerale dall’America che si sta formando non è propaganda, è esperienza corporea e collettiva di una violenza che supera i confini della legittimità percepita. Questo produce un brusco incremento dell’antiamericanismo e una frattura profonda tra la diaspora e chi si trova all’interno del paese. La guerra cognitiva non si vince con le bombe. Si vince, o si perde, nella memoria collettiva delle popolazioni. E quella memoria si sta formando adesso.

    Chi guadagna davvero: Mosca, Pechino e la grammatica dell’opportunismo

    Mosca e Pechino non sono attori sentimentali in questa crisi: sono potenze che massimizzano l’utilità strategica delle disgrazie altrui.
    Per la Russia il conflitto produce tre vantaggi simultanei: il prezzo del petrolio sale, le scorte di munizioni americane si assottigliano, e la narrativa della “guerra elettiva imposta dagli Stati Uniti” acquisisce ulteriore credibilità nel Sud globale. La Cina ha saggiamente costruito riserve energetiche strategiche nei mesi precedenti, ammortizzando l’esposizione alla perdita del petrolio iraniano. Entrambe le potenze presenteranno questa guerra come prova della propensione americana alla destabilizzazione unilaterale, un argomento non privo di fondamento, che raccoglierà consensi in Africa, Asia e America Latina. La reputazione internazionale degli Stati Uniti, già deteriorata, subisce un ulteriore colpo difficilmente recuperabile nel breve periodo.

    Tre scenari, un solo materiale fissile

    Il primo scenario è quello della degradazione prolungata senza resa: il regime sopravvive politicamente, le capacità militari convenzionali sono gravemente ridotte, il programma nucleare procede in forma clandestina e distribuita. L’Iran diventa uno Stato indebolito ma non trasformato.
    Il secondo scenario è quello della negoziazione minima: Mojtaba Khamenei, una volta stabilizzato il potere, trova nel dossier nucleare la moneta di scambio per un cessate il fuoco. L’accesso dell’Aiea agli impianti, misura diplomaticamente accessibile ma che Teheran ha finora rifiutato, potrebbe diventare la chiave di volta.
    Il terzo scenario , il meno probabile ma non trascurabile, è quello della frammentazione: la pressione prolungata, le tensioni etniche latenti e la crisi economica producono una disgregazione dell’autorità centrale, non un cambio di regime ordinato, ma un collasso disordinato con effetti imprevedibili sullo Stretto di Hormuz e sull’intera architettura di sicurezza regionale.

    Gli indicatori da monitorare

    La capacità di Mojtaba Khamenei di apparire pubblicamente e consolidare il consenso delle Guardie Rivoluzionarie; i movimenti di uranio arricchito dall’impianto di Isfahan; le decisioni del Gcc sulla nuova architettura di sicurezza; le posizioni di Larijani come broker di potere interno; i segnali di disponibilità all’accesso Aiea.

    Il paradosso che rimane

    Si ritorna al punto di partenza. Una campagna presentata come contro-proliferazione ha colpito relativamente poco il programma nucleare. Una campagna presentata come limitata ha assunto i contorni di un tentativo di disarticolazione statale. Una campagna che avrebbe dovuto indebolire gli avversari strategici di Washington ha prodotto vantaggi misurabili per Mosca e Pechino. E il materiale fissile – la ragione dichiarata di tutto – rimane non contabilizzato, nei tunnel di Isfahan, a disposizione di chiunque sopravviva con sufficiente autorità e competenza tecnica.
    La domanda aperta non è se l’Iran avrà un’arma nucleare. È chi, nella catena di potere iraniana post-bellica, avrà l’incentivo e la capacità di perseguire quella soglia in clandestinità, in assenza di qualsiasi meccanismo di verifica internazionale.

     

    * docente di storia del giornalismo e media digitali all’università di Macerata, storico ed esperto in conflitti, violenza, politica e terrorismo

  • Acquaroli nominato nel congresso dei poteri locali e regionali d’Europa

    Acquaroli nominato nel congresso dei poteri locali e regionali d’Europa

    Francesco Acquaroli

    Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli è stato nominato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome quale componente effettivo della nuova Delegazione italiana dei rappresentanti regionali nel Congresso dei Poteri Locali e Regionali d’Europa (Cplre).

    Il Cplre è un’assemblea politico-istituzionale paneuropea composta da 648 membri che rivestono cariche elettive (presidenti di regioni e sindaci, consiglieri regionali o comunali,) e rappresentano oltre 200.000 comunità dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa che ha sede a Strasburgo.

    Il ruolo del Cplre è quello di migliorare la governance locale e regionale, promuovere la democrazia a livello regionale e locale, nonché rafforzare l’autonomia delle autorità locali. Cplre incoraggia i processi di decentramento e di regionalizzazione, nonché la cooperazione transfrontaliera tra regioni e città.

    Dopo questa nomina, il presidente della Regione Marche, in virtù di un’intesa sulla rotazione delle cariche elettive in sede di Conferenza delle Regioni, si è dimesso quale componente effettivo del Comitato delle Regioni.

  • I legami di sangue e i nodi irrisolti: «Mi sei fratello perché mi sei amico»

    I legami di sangue e i nodi irrisolti: «Mi sei fratello perché mi sei amico»

    Giuseppe Fedeli

    di Giuseppe Fedeli *

    I legami di sangue e i nodi irrisolti. “Mi sei fratello, perché mi sei amico”

    Non sempre il legame parentale è garanzia di rispetto e benessere, anzi. Quando vengono coinvolti interessi personali, il sangue fa esplodere conflitti difficilmente arginabili. Comunque sia, certi nodi, irrisolti, si formano sempre nei primi anni di vita, quando si sta in famiglia. Il nido è un crocevia di esperienze, impressioni, rappresentazioni non sempre immuni dal rischio della adulterazione, di relazioni, non sempre risparmiate dal tarlo e dell’invidia e della gelosia.
    Certe situazioni mentali, che si sviluppano e traggono linfa da cose non dette, silenzi assordanti, piccole (o grandi) violenze psicologiche (fatte/subìte), crescono come edera maligna, attorcendosi su muri decrepiti: col tempo aggravandosi. Al punto che quello che era l’amore fraterno può trasformarsi in un vero e proprio risentimento, sordo, inguaribile. Il terreno su cui cresce la mala pianta è, di solito, la base su cui poggiava il simposio familiare, da cui i ruoli che si sono disegnati in seno a una comunità, dove, da sempre, si osservano regole non scritte, che inevitabilmente vengono ad avvantaggiare taluni, a discapito degli altri.
    Premesso che il sentire negativo in genere non mi appartiene, sta di fatto che, testimone io stesso, a certi livelli di saturazione, si tocca con mano la distruttività umana, mutuando il concetto da Erich Fromm. Perché l’altra faccia dell’amore non è l’odio. E in questo caso nemmeno l’indifferenza, ma una staffetta che porta ad accelerare la corsa verso il baratro. L’importante è sottrarsene prima che accada l’ineluttabile. Se non si riesce, cioè, a chiarire, a tempo debito, il perché di tanta acrimonia e del distacco che ne consegue, se non si riesce a sciogliere i nodi, che affondano le radici nell’età della incoscienza, allora è meglio tagliare. Definitivamente. Il taglio sarà doloroso, ma, al contempo, salvifico. Anche il sangue che ne uscirà prima o poi si coagulerà in una ferita, la cui cicatrice rimarrà per sempre. A testimoniare un rapporto, le cui radici si sono, col tempo, ammalorate: sì che la pianta dai tanti rami si è disseccata.
    * giudice
  • «Adesso riposa e poi vola, sempre più in alto…(al piccolo Domenico)»

    «Adesso riposa e poi vola, sempre più in alto…(al piccolo Domenico)»

    Giuseppe Fedeli

    di Giuseppe Fedeli*

    «Adesso riposa e poi vola, sempre più in alto…(al piccolo Domenico).

    Un trapianto di cuore fallito su un bambino di Napoli ha polarizzato l’attenzione mediatica per una serie di presunti errori logistici e procedurali che avrebbero messo a rischio la vita del piccolo Domenico, deceduto il 21 febbraio, poiché non ritenuto idoneo a un secondo trapianto.

    Oggi, con le conoscenze che si hanno in campo medico, non è accettabile lo sbaglio, fatale, di conservare un cuore da trapiantare nel ghiaccio secco, invece che nel ghiaccio naturale.
    L’organo, che è stato trasportato senza le dovute precauzioni, sarebbe arrivato a Napoli danneggiato: non sarebbe stato mantenuto a 4 gradi, come previsto dalle normative, ma sarebbe stato esposto a temperature molto più basse, circa -78 gradi.
    Alle 14:30 del 23 dicembre inizia l’espianto del cuore malato. I medici avrebbero iniziato l’operazione senza prima verificare se il nuovo cuore da impiantare fosse sano. Quando i medici si sono resi conto che l’organo era danneggiato, era ormai tardi per tornare indietro.
    * *
    Al di là di ogni polemica, che pure ci sta tutta, continuo a domandarmi, ammutolito: come è potuto mai succedere che gli addetti al trasporto dell’organo vitale, che avrebbe salvato la vita al bimbo, non abbiano allora usato le più elementari cautele, nel rispetto dei protocolli di quelle che sono le prassi (le regole) medico-nosologiche?

    Puntare l’indice contro una équipe, o contro il medico, responsabile “più” degli altri, è uno sterile quanto stolido gioco al rialzo, né è compito di chi scrive. Nell’esprimere tutto il cordoglio ai genitori di Domenico per gli esiti di una vicenda, cui si stenta a credere (non si è trattato di eutanasia, poiché i genitori, di fronte all’ineluttabile, hanno detto di no all’accanimento terapeutico, optando per la Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC): il percorso prevede che i genitori e il loro medico legale di parte collaborino con i sanitari per pianificare una terapia incentrata esclusivamente sulla gestione del dolore, per accompagnare il bambino fino all’ultimo respiro), mi voglio raccontare, voglio raccontare un pezzo di me, il fatto che ha segnato per sempre la vita mia e quella della mia sposa.
    Alla età di 17 mesi, per una tragica fatalità, si spegneva il sorriso del mio primogenito, Alessandro.
    Nessuno può dire a parole -nemmeno chi ha patito la pena più atroce- cosa si provi nel momento della perdita. Si vorrebbe morire al posto del figlio. Si vorrebbe morire, morire e basta. Anche di morte volontaria. Il tempo che separa il “ritorno” alla vita dall’ora della tenebra, che avvolge come un sudario corpo e anima, induce a guardare avanti: non c’è altra scelta.
    Ma la vita non è vero che continua. Ovvero continua, ma con una mutazione, che può dirsi anche amputazione.
    E chi ha visto quello che nemmeno un dio sopporterebbe di vedere, si porterà quella tremenda e a un tempo dolcissima istantanea fino all’ultimo. Ora, forse perché increduli davanti a un destino così crudele, nessuno ci informò che gli organi di Alessandro, integri e funzionanti, potevano essere espiantati, e così salvare la vita di altri bambini.
    Ma così è stato, e c’è ancora chi piange. Per questa omissione, probabilmente non voluta, ripeto: tanto sconvolgente fu il fatto.
    Due fiumi destinati anzitempo a confondersi col mare, due percorsi diversi, e a loro modo uguali, quelli che ho raccontato.
    In questa valle di lacrime, mi sento particolarmente vicino ai genitori, che vegliano questo corpicino senza vita: non è ancora compiuto il tempo del lutto.
    E, da una memoria spezzata e ancora sanguinante, mi tornano immagini, chiuse nel bagaglio della mia storia.
    Adesso riposa, Domenico, e poi vola, vola sempre più in alto…
    So che Alessandro ti verrà a prendere per mano Dove non ci saranno più lacrime, ma solo Gioia».

     

    * giudice

    P.S.
    Va da sé che, se qualcuno dovrà pagare per gli errori commessi, la giustizia faccia il suo corso.

  • «L’Italia si ferma nelle Marche Sud. Approfondimenti sulla mobilità autostradale» Convegno a Porto San Giorgio

    «L’Italia si ferma nelle Marche Sud. Approfondimenti sulla mobilità autostradale» Convegno a Porto San Giorgio

    Un convegno a Porto San Giorgio per tornare a discutere della A14 e dei sui problemi.

    L’Italia si ferma nelle Marche Sud. Approfondimenti sulla mobilità autostradale“. È, infatti, il titolo dell’evento promosso dalla Fondazione San Giacomo della Marca e dal Comitato Arretramento A14 e FS Marche Sud. Si terrà a Porto San Giorgio, giovedì 5 marzo alle ore 17,45, al teatro comunale.

    Sono stati invitati a discuterne quattro personaggi di ambiti significativi: Roberta Crialesi e Silvia Bruzzone, dirigenti di Ricerca dell’Istat, Gilberto Pambianchi, docente di Geomorfologia presso l’Università di Camerino, e Giorgio Passerini, docente di Fisica Tecnica Ambientale all’Università Politecnica delle Marche.

    L’apertura dei lavori è affidata a Massimo Valentini, presidente della Fondazione san Giacomo della Marca.

    «Da diversi anni il Comitato solleva il caso della A14 sottolineando l’urgenza di una presa di coscienza da parte delle istituzioni per un intervento che sani i pericoli e i disagi sempre più accentuati sul tratto autostradale che da Porto Sant’Elpidio porta a San Benedetto del Tronto. Il Comitato ha inoltre ribadito, dando la parola ad esperti e docenti universitari, anche – fanno sapere gli organizzatori del convegno – il pericolo di dissesto delle colline prospicienti qualora si scelga di procedere con la realizzazione della terza corsia».

    Il Comitato fa notare che «l’attuale tracciato dell’A14 lungo la costa sud delle Marche è l’emblema di interessi particolari che hanno prevalso sul bene comune. Oggi, il progetto di potenziamento proposto da ASPI (costo stimato: 5 miliardi di euro) e fatto proprio al momento dalla Regione e quindi dal Governo, rischia di essere un rimedio peggiore del male. Inoltre, le criticità insostenibili sono sulla sicurezza stradale: dieci anni di lavori per la terza corsia tra Porto Sant’Elpidio e Pedaso, in un tratto molto pericoloso e già martoriato da 8 anni di cantieri, significherebbero un innalzamento inaccettabile del rischio di incidenti e vittime. Ma anche  sul dissesto Idrogeologico: il Pai (Piano di Assetto Idrogeologico) certifica un grave rischio frane proprio lungo il tracciato previsto. Vogliamo davvero ignorare i dati come fatto a Niscemi?». Il Comitato segnala anche criticità «sull’inquinamento e ambiente: concentrare ulteriormente il traffico sulla costa aggrava i livelli di inquinamento già critici, ignorando la necessità di decongestionare il litorale» e infine quelle su un «isolamento dell’Entroterra: la Pedemontana, pur necessaria, non risolve il drammatico spopolamento delle aree interne, che restano prive di collegamenti rapidi con le arterie primarie».

     

  • A chi pensa di essere “potente” e non ricorda di essere “polvere”: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”

    A chi pensa di essere “potente” e non ricorda di essere “polvere”: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”

    di Nunzia Eleuteri

    C’è una frase antica, scolpita nella memoria della tradizione cristiana, che oggi – Mercoledì delle Ceneri – torna a risuonare con forza particolare: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”. Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai.

    Le parole provengono dalla Genesi (3,19), quando Dio ricorda ad Adamo la sua origine terrena e il suo destino dopo la caduta. È una delle poche certezze assolute della vita: tutti, senza distinzione, condividiamo lo stesso punto di partenza e lo stesso traguardo. La polvere.

    Eppure, proprio questa evidenza elementare sembra spesso dimenticata da chi si ritiene potente. Da chi occupa ruoli pubblici, da chi governa, da chi decide per gli altri. Da chi troppo spesso si erge a paladino della legalità accusando gli altri e non guardando a se stesso.

    Oggi, nel giorno che invita alla riflessione e all’umiltà, il richiamo è più che mai attuale: nessun potere è eterno, nessuna poltrona è definitiva, nessuna carica rende immortali.

    La politica dovrebbe essere servizio. Dovrebbe nascere dal desiderio di costruire, di migliorare, di custodire il bene comune. Ma quando diventa terreno di interessi personali, di rivalità, di dispetti, di regolamenti di conti, allora perde la sua nobiltà e si riduce a miseria umana.

    C’è una verità che nessun incarico può cancellare: siamo tutti limitati, siamo tutti transitori, siamo tutti destinati a tornare alla terra. Eppure, molte persone non ne tengono conto. Chi esercita un potere dovrebbe ricordare che l’autorità non è proprietà privata ma responsabilità temporanea. Che il prestigio non è grandezza personale ma fiducia concessa. Che la storia giudica e il tempo ridimensiona. Sono nulla anche i potenti. Nulla davanti al tempo. Nulla davanti alla morte. Nulla davanti alla verità ultima dell’esistenza.

    Il Mercoledì delle Ceneri non è un rito folcloristico, ma un invito severo e liberante: ridimensionarsi, riconoscere i propri limiti, agire con rettitudine. Perché se è certo che torneremo polvere, non è indifferente come avremo vissuto il nostro tempo. La sola cosa che abbiamo…E forse proprio questa consapevolezza dovrebbe guidare chi amministra la cosa pubblica: governare con umiltà, servire con onestà, decidere con coscienza.

  • «Codice di comunicazione Zero: il niente in cui l’umanità è ingabbiata»

    «Codice di comunicazione Zero: il niente in cui l’umanità è ingabbiata»

    Giuseppe Fedeli

    di Giuseppe Fedeli *

     

    Codice di comunicazione Zero: il niente in cui l’umanità è ingabbiata.

    Siamo al codice di comunicazione Zero. La ragnatela di informazioni che ci invischia, psicologicamente destrutturandoci e destabilizzandoci, corre a briglie rotte nei cieli della nostra incredulità come il carro di Fetonte, travolgendo ogni velleità di resistenza. Schizofrenicamente, notizie e dati si rincorrono,  gli uni smentendo di altri, in una dissennata corsa al podio. Giornalisti “giornalai” impazzano, tutti sanno tutto di tutto, l’uomo della strada, se la spara più grossa, è elevato a fenomeno. Oggi, la grande assente è la ragione, che non si usa più, se non a servizio di un marketing, che ubbidisce alle ragioni del lucro, e basta. Talk show, dove ha la meglio chi urla più forte, al solo fine di asfaltare il “nemico” (il competitor): in barba a un pensiero coerente, democratico, quella che si corre è una staffetta oscena, funzionale al guicciardiniano “particulare”. L’eleganza di una volta è stata sbaragliata dalla sguaiata tendenza a prevaricare sull’altro, perché, così facendo, aumenta l’audience, e, di conserva, aumentano le royalty. Oggi non c’è più un pensiero critico. E, chi mai osi pensare, ove il suo pensiero si distacchi dal mainstream, viene subito censurato, non ha diritto di cittadinanza in questa rappresentazione, veicolata dagli strumenti che abbiamo a disposizione: essa è disomogenea al sistema. Nessun campo ne è immune: politica, cultura (se mai ancora esiste), e scienze umane in genere (per non parlare dei guru dello scientismo, e dei fanatici delle religioni alternative, mindfullness in primis). Ciò va, giocoforza, a danno del popolo, che applaude e sbava: se si fa caciara, in una decerebrata quanto patetica identificazione con il guitto di turno, si può, (vivaddio!), ancora una volta buttare sotto il tappeto la polvere della inattitudine ad affrontare i problemi domestici. In un clima di straniamento e mutazione antropologica, chi muove i fili delle nostre esistenze è riuscito a rubare all’”utente” il cervello, e anche l’anima. Solo chi ha osato guardare l’abisso potrà forse salvarsi, perché temerariamente, ma con fierezza, ha tentato di strappare la maschera al Nemico, nascosto sotto conturbanti veli. Ma non è sufficiente questo atto di eroismo. L’abbassamento vertiginoso del coefficiente di Q.I, soprattutto nei giovani (i cosiddetti “Millennials”), è lo specchio impietoso della sudditanza dell’uomo ai Big (data): il che stringe le nuove leve nell’abbraccio mortale dell’ isolamento, mettendoli l’uno contro l’altro , in tal modo decretando la fine di ogni rapporto giocato a tu per tu. Fino a spegnere la loro capacità di ragionare e, esito ancor più grave, a deprimere la spinta naturale a investire nei sentimenti.
    Ci sarà mai un Godot che verrà a salvare questo inquietante vuoto a perdere?

     

    * giudice

  • Scuola, Upi Marche: «Snaturato il ruolo delle Province, incontro urgente con l’assessore Rossi»

    Scuola, Upi Marche: «Snaturato il ruolo delle Province, incontro urgente con l’assessore Rossi»

    Il presidente della Commissione Programmazione Scolastica di Upi Marche, Oriano Giovanelli

    L’Unione regionale delle Province Marchigiane (Upi Marche) accende un faro sulle criticità che colpiscono la programmazione scolastica regionale e richiede un incontro urgente, da tenersi entro il mese di febbraio, con l’assessore con delega all’Istruzione della Regione Marche, Enrico Rossi. La decisione è maturata a seguito della recente riunione della Commissione Programmazione Scolastica, presieduta da Oriano Giovanelli, dove sono emerse «forti preoccupazioni – scrivono dall’Upi Marche – per un metodo di lavoro che sembra ignorare sistematicamente le funzioni fondamentali delle Province».

    Upi Marche denuncia «un progressivo svuotamento del ruolo degli Enti provinciali, legittimi affidatari delle materie di programmazione ed edilizia scolastica ai sensi della Legge 56/2014».

    «Si assiste sempre più spesso a un’interlocuzione diretta tra Ministero, Ufficio Scolastico Regionale e dirigenti che scavalca totalmente il parere delle Province – sottolineano i rappresentanti di Upi Marche – L’istituzione di nuovi indirizzi, come il modello “4+2” o il liceo “Made in Italy”, viene decisa senza considerare le ricadute logistiche. Ogni nuova attivazione richiede spazi adeguati e sicuri. Le Province non possono garantire l’accoglienza degli studenti se non vengono coinvolte preventivamente. È necessario regolamentare l’uso di aule e palestre, anche per monitorare i costi di gestione sostenuti dagli Enti» continua la nota».

    Un altro punto cardine riguarda il dimensionamento scolastico. Upi Marche ribadisce la «necessità di superare il rigido criterio del numero degli iscritti, che penalizza drammaticamente le aree interne soggette a calo demografico. La Regione deve farsi portavoce in Conferenza delle Regioni per introdurre criteri geografici diversi. Proseguire con gli accorpamenti basati solo sui numeri significa condannare allo spopolamento i territori più fragili della nostra regione». Le richieste alla Regione Marche? In vista del confronto con l’assessore Rossi, Upi Marche intende porre sul tavolo quattro priorità: «Nuove linee guida: avviare un percorso condiviso per la definizione della nuova programmazione regionale, criteri di dimensionamento: tutelare le scuole delle aree interne attraverso parametri che vadano oltre la mera conta degli alunni, rispetto delle funzioni: ripristinare il parere preventivo obbligatorio delle Province per evitare doppioni nell’offerta formativa e criticità logistiche, e  trasparenza dei dati: risolvere definitivamente il problema della mancata trasmissione dei dati sugli iscritti da parte dell’Ufficio scolastico regionale, auspicando la rapida sigla di una convenzione triennale». Upi Marche ha inoltre investito della questione l’Upi nazionale, chiedendo di portare all’attenzione del Ministero «le problematiche relative alla tenuta del sistema scolastico marchigiano e alla salvaguardia delle competenze provinciali».