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Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

La polemica sui caregiver. L’Isee non può essere un criterio di distinzione, il carico non pesa solo sui non abbienti

La polemica sui caregiver familiari in Italia, aggiornata al 2026, verte sulla insufficienza dei fondi stanziati nel nuovo disegno di legge, approvato a inizio 2026, rispetto alle reali necessità di sostegno economico e di tutele (come ferie e sostituzione) per chi assiste persone non autosufficienti. Sebbene il ddl sia visto come un primo passo per il riconoscimento, le critiche principali si appuntano sulla ristrettezza della platea dei dei beneficiari e sulla esiguità delle risorse.
In sintesi, la discussione marca il contrasto tra il riconoscimento formale della figura del caregiver e la scarsità di supporto concreto.
Si è soli comunque, nessuno capisce cosa vuol dire passare notti insonni in attesa che la terapia farmacologica faccia effetto e si vada avanti per tentativi, dovendo comunque, anche se part time, fornire il servizio lavorativo, nessuno sa cosa vuol dire non prendersi il permesso 104 perché non ti hanno comunicato il numero matricola dell’azienda…nessuno sa cosa vuol dire essere in depressione perché dai tutto e non ne hai più“. E ancora: “E a chi ha dovuto lasciare il lavoro? Dopo anni di caregiver, ci ammaliamo anche noi, il tempo passa, si invecchia…noi ci ritroviamo anziani, anni senza lavorare, chi ci riprende a 60/65 anni, di cosa campiamo…perché, cari politici, il lavoro massacrante del caregiver ti distrugge dentro e fuori, ti toglie l’entusiasmo, ti soffoca, hai voglia a dire si fa con tutto con amore, siamo esseri umani anche noi, dimezzatevi gli stipendi, toglietevi privilegi e vitalizi,e forse ci saranno più risorse per tutti“.

Dei due, quest’ultimo è il post più incisivo, che leggo su uno dei tanti gruppi “caregiver” Fb: il virus che infetta una società plutocratica stringe coi suoi tentacoli l’universo dei più fragili, decretando il fallimento del sistema. Chiude il cerchio chi scrive, padre – è noto alle persone che seguono questa rubrica- di un ragazzo autistico (il pezzo che segue è estrapolato da una mia richiesta, che, tempo fa, inoltrai, inascoltato, agli organi deputati): “noi genitori caregiver (se si eccettua il solerte e competente lavoro/ausilio dei ragazzi, educatori e Oss, durante le ore che essi coprono al centro che frequenta mio figlio), siamo totalmente privi di coperture, ovverosia di aiuto da parte di terze persone. Anche l’ambito territoriale, carente nell’area dove è inserito Alessio, non riesce a fornire risposte adeguate alle domande, che si fanno sempre più pressanti: avuto riguardo a prestazioni, che l’unione dei Comuni dovrebbe incrementare e, anzi, spontaneamente elargire (…). All’ordine del giorno, fra le altre richieste, “isole” e momenti di sollievo per i genitori, i quali – superfluo rimarcare-, via via che passa il tempo, invece di incrementare le loro forze, ridotte ormai al lumicino, sono messi impietosamente alle corde dalla sorte(…)“.
Colpa di un imperscrutabile destino?…o, più propriamente, di chi dovrebbe erogare mezzi, servizi e soldi?…e, più si va avanti, più le risorse finanziarie si deprimono: come gli animi di chi, giorno e notte, si prende cura di queste anime fragili. La speranza è l’ultima a morire. E, per l’appunto, si spera che non sia una pia illusione la possibilità ” de jure condendo” di ritagliarsi per sé uno spazio di ricreazione. Perché, se non si ha più la forza per gestire sé stessi, i primi a rimetterci sono i soggetti deboli, affidati alla nostra cura ed abnegazione. I caregiver non conoscono vacanze né gite fuori porta, non conoscono domeniche né, tanto meno, feste comandate. Soli, tagliati fuori da ogni consesso e contesto sociale.
È questo il bel paese, bellezza. E -i proverbi non sbagliano mai- non c’è persona più sorda di chi non vuol sentire.

* padre, caregiver

Ps.

Se, tuttavia, la solidarietà altrui si risolve nel gesto del “mordi e fuggi”, intinto magari nel pietismo, faccio mio, estendendone la portata semantica, l'(altro) aureo adagio: “meglio soli, che male accompagnati”.

di Maurizio Petrocchi *

Gli scontri di Torino non sono gli anni Settanta. Perché il parallelo è storicamente falso e politicamente rischioso. Il 31 gennaio 2026, durante una manifestazione a Torino per il centro sociale Askatasuna, 108 agenti delle forze dell’ordine sono rimasti feriti. È un bilancio grave, che giustamente ha suscitato allarme e condanna. Nell’informativa alla Camera del 3 febbraio, il ministro dell’Interno ha evocato esplicitamente il parallelo con gli anni Settanta, parlando di una strategia che richiamerebbe dinamiche “squadristiche e terroristiche” del passato.
Ma questo richiamo regge a un confronto rigoroso con i dati e con la storia? Un’analisi empirica suggerisce di no. E la differenza non è solo accademica: incide direttamente sulla proporzionalità delle risposte politiche e giuridiche.
La violenza contemporanea, pur preoccupante nei numeri dei feriti, presenta caratteristiche strutturali profondamente diverse da quella degli anni di piombo. Equiparare fenomeni qualitativamente distinti rischia di produrre una distorsione pericolosa: legittimare strumenti eccezionali per situazioni che richiederebbero invece una gestione ordinaria, seppur rafforzata dell’ordine pubblico.
I dati ufficiali del Ministero dell’Interno mostrano un andamento chiaro. Nel triennio 2023-2025 il numero complessivo delle manifestazioni è rimasto elevato, ma quelle con criticità sono diminuite. Parallelamente però è aumentato il numero dei feriti tra le forze dell’ordine. Meno episodi, dunque, ma più concentrati e violenti. Questo modello non è quello del terrorismo organizzato, che negli anni Settanta mostrava una crescita simultanea di frequenza, intensità e letalità. È piuttosto un fenomeno di concentrazione episodica della violenza, che resta confinata entro limiti non letali.

Il confronto storico è istruttivo. Nel solo scontro di Valle Giulia del marzo 1968 si contarono 148 poliziotti feriti, più di quanti se ne siano registrati a Torino. Ma soprattutto, tra il 1969 e il 1980 almeno 56 appartenenti alle forze dell’ordine furono uccisi in attentati terroristici. In quegli anni, l’eliminazione fisica dei rappresentanti dello Stato non era un effetto collaterale, era un obiettivo strategico dichiarato. Oggi, a fronte di centinaia di feriti, il numero delle vittime è per fortuna pari a zero. Non si tratta di una differenza quantitativa, ma qualitativa: la violenza odierna non persegue la letalità come fine politico.
Negli anni Settanta esisteva un vero ecosistema insurrezionale. Organizzazioni armate strutturate, basi logistiche, catene di comando, collegamenti internazionali, aree di reclutamento tra la piazza e la clandestinità. La violenza visibile delle manifestazioni e quella invisibile del terrorismo erano due facce di uno stesso processo di escalation. Oggi questo ecosistema è assente. La violenza di piazza è episodica, frammentata, priva di un progetto di sovversione dell’ordine costituzionale. Non alimenta strutture clandestine, non produce sigle armate, non si inserisce in una strategia rivoluzionaria coerente.
Anche la dimensione tematica è diversa e spesso sottovalutata. Una quota significativa delle manifestazioni più conflittuali degli ultimi anni è legata a mobilitazioni su temi geopolitici esterni, in particolare la guerra a Gaza e la fornitura di armi da parte del Governo a Isralele. Si tratta di una violenza reattiva, generata da dinamiche di polarizzazione internazionale, non di un conflitto interno volto a trasformare l’assetto politico italiano. Negli anni di piombo, al contrario, la violenza aveva obiettivi interni precisi: “colpire il cuore dello Stato”, delegittimare le istituzioni democratiche, imporre un’alternativa rivoluzionaria.
Il parallelo con gli anni Settanta non è quindi neutro. È politicamente funzionale. Trasformare un problema grave di ordine pubblico in una minaccia di tipo insurrezionale consente di spostare il terreno del dibattito: dall’efficacia degli strumenti esistenti alla necessità di nuovi poteri straordinari. È una dinamica già vista, non solo in Italia. L’emergenza evocata precede la definizione tecnica delle misure, costruendo consenso prima ancora del confronto democratico.
In questi giorni si discute infatti di un “pacchetto sicurezza” che includerebbe nuove forme di fermo preventivo. Ma strumenti di questo tipo furono introdotti in un contesto radicalmente diverso, segnato da terrorismo armato, sequestri, omicidi mirati e organizzazioni clandestine operative. Applicarli oggi, in assenza di una minaccia comparabile, solleva seri problemi di necessità e proporzionalità rispetto ai diritti fondamentali.
L’ordinamento italiano dispone già di un ampio arsenale preventivo come divieti di manifestazione, fogli di via, Daspo urbani, sorveglianza speciale. Negli ultimi anni questi strumenti sono stati utilizzati in modo estensivo. Se non hanno prodotto i risultati attesi, la domanda da porsi è preliminare: il problema è davvero la mancanza di nuove norme, o piuttosto l’efficacia dell’applicazione di quelle esistenti? Rafforzare l’intelligence preventiva, migliorare il coordinamento tra questure, monitorare con continuità i soggetti ad alto rischio e gestire in modo selettivo gli eventi più critici appaiono risposte più coerenti con la natura reale del fenomeno.
C’è infine una lezione storica che merita di essere ricordata. Molte delle misure introdotte negli anni Settanta come temporanee sono rimaste stabilmente nell’ordinamento. È il fenomeno dell’“emergenza permanente”: l’eccezione che si normalizza e diventa regola. Ogni nuovo parallelo improprio contribuisce ad abbassare la soglia di accettabilità delle restrizioni, anche in assenza di una minaccia equivalente.
Centootto agenti feriti sono senza dubbio troppi. Ma non sono gli anni di piombo. Confondere i due piani non rende lo Stato più forte, anzi lo rende più fragile, perché lo spinge a rispondere a problemi reali con categorie sbagliate. La sicurezza si tutela con il rigore dell’analisi, con la distinzione dei fenomeni e con strumenti adeguati alla loro reale natura, non con analogie storiche che alimentano l’illusione di un ritorno al passato.

* Prof. Maurizio Petrocchi, PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

L’uomo è fondamentalmente un animale (Ζῷον, in greco antico) stupido. Al contrario degli animali, che obbediscono all’istinto, l’uomo è dotato di pensiero, che non sempre, tuttavia, usa in maniera accorta, e produttiva. E, comunque, in conformità a quelli che sono i suoi bisogni, e, soprattutto, nel rispetto del prossimo. Scusate la franchezza, ma – a parte la presa d’atto della adesione al verbo unico, perché è attorno al pensiero uni-direzionato che l’uomo comune si aggrega-, vedo sempre più individui che si confondono nella massa, sovente eleggendo a leader i teodofori della supponenza. Spostando l’asse del discorso alla (sia pur succinta) analisi sociologica, l’uomo scimmiotta l’altro- da- sé, senza riflettere (che parola grossa!…) se i suoi gesti e le sue azioni corrispondano alla propria volontà e ai propri desideri. Mi spiego. Si lancia una moda e tutti – principalmente i ragazzi, gli adolescenti- acriticamente la seguono, come gregge che punta a una direzione a-topica. L’abbiamo fatto tutti, questo è vero. Ma ai miei tempi, come usa dire, c’era chi, con originalità, si distaccava dal branco, e dal brand, così attirandosi critiche, dalle quali sapeva difendersi, anche se non era facile. L’uomo “medio” aderisce oggi al verbo del leader di turno, o, in alternativa, sdogana un contropensiero, spesso più conformista del conformismo borghese, e non è difficile capire il concetto.

L’animale non uccide i propri simili, non fa del male, a meno che non sia provocato, o vi sia in palio la conquista della femmina. L’uomo, al contrario, in certe circostanze e a date condizioni distrugge il suo simile, e, così facendo, distrugge se stesso e anche l’habitat naturale: sì che la Terra è diventata inospitale, a volte ostile, propriamente per l’azione scellerata dell’uomo, per la sua insaziabile cupidigia. Forse sopravvalutiamo troppo l’uomo. Eccezioni a parte ( ci tengo a sottolinearlo), l’homo sapiens ( con l’uso di un solo “sapiens”…) dovrebbe immergersi in un bagno di umiltà; oppure nelle acque del fiume Lethe, il fiume della dimenticanza, per ritornare alla purezza della tabula rasa (l'”essere” del pensiero al momento della creazione, fatte salve le stratificazioni dell’inconscio collettivo e del Sé), e ri-costruire un mondo vivibile, a misura della natura naturata.

Oggi, chi tira fuori un po’ di pensiero laterale, trasversale, è fuori del coro. E perciò emarginato, in quanto è scomodo (a meno che non si chiami Galimberti, Crepêt, Recalcati e compagnia cantante, dalle cui labbra pendono torme di meri esecutori di claque). Etsi omnes, ego non, è il mio motto: anche se tutti, io no! E non è una posa, ma una vocazione. Plaudo a chi, come me, non arretra davanti alla stupidità, ha il coraggio delle idee. Per quanto, In un mondo di acefali, l’atto che segue la volontà è quasi sempre destinato a rimbalzare su un muro di gomma.
Ma è (solo) dal coraggio di chi pensa che le idee possono fruttificare.

* giudice

Maurizio Petrocchi

di Maurizio Petrocchi *

 

La crisi della Groenlandia viene presentata come questione di alleanze e principi, autodeterminazione, solidarietà atlantica, ordine basato sulle regole. Questa narrazione oscura il vero terreno di conflitto. Ciò che si consuma nell’Artico non è primariamente uno scontro di valori, ma una competizione per risorse critiche, rotte commerciali emergenti e standard tecnologici che definiranno l’architettura del potere nel XXI secolo.
Mentre l’Europa discute di trattati di sicurezza e percentuali di Pil per la difesa, la partita decisiva si gioca su giacimenti di terre rare, cavi sottomarini e catena del valore energetica. L’Alleanza Atlantica non è minacciata dall’incostanza di un presidente, ma da una trasformazione strutturale nelle priorità strategiche statunitensi che precede Trump e gli sopravviverà.

La politica estera americana ha sempre oscillato tra internazionalismo e continentalismo. L’egemonia atlantica del secondo dopoguerra rappresenta un’eccezione storica. Per quasi un secolo – dalla Dottrina Monroe fino a Pearl Harbor – Washington considerò l’emisfero occidentale come spazio naturale di espansione. Theodore Roosevelt costruì la marina americana per sfidare la supremazia britannica, non per difendere l’Europa.
Ciò che chiamiamo «ritiro americano» è il riemergere di questa logica continentale, accelerata dallo spostamento del baricentro economico verso l’Indo-Pacifico e dalla percezione che la Cina rappresenti la sfida esistenziale primaria. La richiesta di sovranità sulla Groenlandia non è bizzarria personale, ma espressione di una tendenza strutturale: la ridefinizione dello spazio vitale americano in termini di controllo diretto sulle risorse strategiche dell’emisfero occidentale.
La vera posta emerge esaminando tre dimensioni della competizione in corso.

Risorse minerarie critiche. La Groenlandia possiede giacimenti significativi di terre rare, (neodimio, disprosio, terbio), elementi essenziali per la transizione energetica e i sistemi d’arma avanzati. La Cina controlla oltre il 60% dell’estrazione globale e quasi il 90% della raffinazione. L’accesso diretto ai giacimenti groenlandesi permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questa dipendenza senza negoziare con alleati percepiti come inaffidabili.
Rotte commerciali artiche. L’apertura del Passaggio a Nord-Ovest ridisegnerà la geografia del commercio globale. Chi controllerà i choke-points artici deterrà una leva di influenza paragonabile a quella degli stretti mediterranei.
Infrastrutture digitali sottomarine. La competizione riguarda i futuri cavi che collegheranno Asia, Europa e Nord America attraverso l’Artico. Il controllo fisico su questi nodi diventerà elemento di potere informativo ed economico di prima grandezza.
L’Europa si trova in una situazione di dipendenza strutturale su tre dimensioni: energetica, tecnologica e militare. Il dibattito europeo sulla difesa si concentra su percentuali di Pil e architetture istituzionali – elementi necessari ma insufficienti.
Manca una strategia di intelligence economica offensiva: capacità di identificare vulnerabilità degli avversari, proteggere i campioni industriali, costruire posizioni dominanti nelle catene del valore critiche. L’Unione Europea eccelle nella regolamentazione difensiva – Gdpr, Digital Markets Act – ma non nella penetrazione e proiezione economica che caratterizza l’azione americana e cinese.
Il paradosso europeo è quello di aver costruito un mercato unico senza autonomia strategica. Efficienza economica massima al prezzo della sovranità minima.

Scenari possibili

Normalizzazione negoziata: Washington ottiene concessioni sostanziali – accesso alle risorse minerarie, espansione delle basi – senza acquisizione formale di sovranità. L’Europa dichiara vittoria sui principi mentre cede terreno materiale.
Frammentazione atlantica controllata: la crisi accelera un «nucleo duro» europeo che avvia cooperazioni rafforzate. L’Alleanza sopravvive ma si trasforma in struttura più lasca, con maggiore autonomia europea.
Decoupling progressivo: l’unilateralismo americano prosegue fino a rendere insostenibile la finzione di comunità transatlantica. Russia e Cina sfruttano le divisioni.
La vera domanda non riguarda architetture istituzionali: riguarda la volontà di potenza. L’Europa è disposta a competere, non solo regolamentare, sul terreno delle risorse critiche e delle tecnologie strategiche? È disposta a costruire strumenti di coercizione economica credibili?
La crisi della Groenlandia non sarà risolta da summit o comunicati. Sarà risolta dalla capacità di tradurre risorse materiali in posizioni di potere durevoli. La storia dell’Artico del XXI secolo è appena iniziata. La domanda è se l’Europa vi parteciperà come attore protagonista o solamente come spettatore.

 

* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

Il narcisismo, male del secolo

“E ora parliamo un po’ di te. Mi ami?” (Maria Luisa Spaziani)

 

Dilaga il narcisismo, non solo fra chi ha voce in capitolo, ma anche fra gli strati in condizione di minorità: vale a dire fra chi, se si eccettua la cronaca rosa, non ha letto -sovente per indolenza- in vita sua nemmeno uno stampato. Evidentemente, dobbiamo le magnifiche sorti e progressive, amplificate dai social, alla presenza sempre più massiva e invadente di individui, ciascuno dei quali vuole dire la sua. Fondata o meno che sia l’opinione che viaggia per l’etere (poi trasferita nei discorsi al bar), l’importante è dire-per-esserci. Sì, una parafrasi a buon mercato del motto cartesiano. Sfilano manichini su una passerella virtuale, l’importante – è il loro credo, il loro fine, la loro ragione di vita- è collezionare follower; ovvero, podio ancor più ambito, essere influencer, anche se questa neo-categoria sur-reale annovera soggetti, che forse neanche sanno cosa significhi il denotativo, di cui vestono le loro nudità: influencer, appunto. Ascoltavo ieri l’altro una psicologa, che spiegava che le persone che hanno una cultura molto ristretta, di parrocchietta, credono di sapere tutto, perché, fuori della circonferenza che disegna il cerchio della loro presunta e arrogante “conoscenza”, c’è altrettanto poco di incognito, da conoscere. Chi, invece, possiede il dono della sapienza, e che, sovente, se ne rimane appartato, al di là della circonferenza del suo sapere, trova una regione vastissima: ed è per questo che sa di non sapere.

Ma quest’epoca decerebrata e sommamente ignorante, non riesce più, per ciò stesso, a distinguere il guitto dal saggio, la persona di stile da chi bercia nei media e compagnia bella, per avere un posto al sole, o per stupire i simili della sua acclamata pochezza. Ma dalle labbra dello stolto pende la platea affezionata dei follower, ed è questo che lui conta: I like, l’ “apriti sesamo!” del terzo millennio! Personalmente, non mi sento più parte di questo mondo fasullo, fumogeno, allucinato: ciò che mi circonda non mi somiglia. E vedo la difficoltà che hanno le persone che ho più a cuore ad inserirsi in un tessuto sfilacciato, unidirezionale, tessuto ad arte dai Big, dai padroni della terra: che vogliono sempre più isolare i -presunti- simili. Al nemmeno tanto malcelato scopo di controllare in maniera sofisticata il loro pensiero. E chi la pensa come la pensavamo noi, chi ha ancora un’integrità di sentimenti, le persone hors de la melée ne soffrono, patiscono una sorta di straniamento. E non so se ne verranno fuori, costretti a “condividere” i loro spazi con la pletora di coloro i quali, fra una smargiassata e un’altra, non capiscono che più sono i dati che mettono in rete, più sono spiati da chi li tiene in scacco.

Ma contro l’ignoranza non c’è cura che valga.

Ps

Ho tralasciato, per ragioni di spazio, le derive del narcisismo overt o covert, su cui mi spenderò in altra occasione

*giudice 

 

 

Roberto Gennari

Roberto Gennari, come già riportato da Cronache Fermane, è il nuovo presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Fermo. «A 39 anni il più giovane tra i presidenti a livello nazionale» rimarcano dall’Ordine. E le parole d’ordine del nuovo presidente son innovazione, competenza e visione al centro della professione 

Al via, dunque, il nuovo mandato del Consiglio dell’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Fermo. Alla presidenza, si diceva, è stato eletto Roberto Gennari, commercialista di Porto Sant’Elpidio, 39 anni, uno dei presidenti più giovani a livello nazionale nel panorama dell’Odcec. 

Gennari sarà affiancato da un Consiglio che unisce competenze tecniche solide, esperienze professionali diverse e una forte attenzione all’evoluzione della professione in una visione condivisa orientata al futuro della categoria.

Il direttivo sarà composto da Andrea De Santis, Andrea Dall’Osso, Claudio Cannella, Filomena Varlotta, Beatrice Pupilli, Ambra Fenni, Giulio Eusebi e Michele Petracci.

Nel commentare l’esito delle elezioni, il neo Presidente Roberto Gennari ha voluto esprimere «un sentito ringraziamento al Presidente uscente Roberto Vittori e a tutto il Consiglio per il lavoro svolto negli anni passati», sottolineando «il valore della continuità istituzionale e dell’impegno profuso a servizio della professione».
Un ringraziamento particolare è stato rivolto anche a Eliana Quintili, attuale Consigliera nazionale, «per il contributo offerto in questi anni al territorio e alla professione».

Per quanto riguarda gli altri organi, è stato eletto revisore Valerio Orsini, mentre il Comitato Pari Opportunità (CpO) sarà composto da Monica Catini, Sarah Capponi, Francesca La Porta ed Emanuela Ferracuti.

Il nuovo Consiglio ha dichiarato l’intenzione di «dare attuazione a un programma orientato alla valorizzazione della professione, al rafforzamento del ruolo del commercialista come consulente strategico delle imprese e a una crescente attenzione alla formazione continua, all’innovazione e al dialogo con le istituzioni. Particolare rilievo sarà riservato al coinvolgimento dei giovani professionisti e alla costruzione di un Ordine sempre più vicino agli iscritti e alle esigenze del tessuto economico locale. L’obiettivo è quello di un Ordine capace di custodire l’eredità di chi ha costruito la professione, guardando al contempo, con responsabilità e visione, le sfide future».

https://cronachefermane.jef.it/2026/01/20/roberto-gennari-e-il-nuovo-presidente-da-record-dellordine-dei-commercialisti-ed-esperti-contabili-di-fermo-ecco-il-consiglio/740531/

 

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

Metti un cioccolatino nel carrello…

(sul test del carrello nei supermercati)

Ci chiediamo: i cassieri dei supermercati sono davvero tenuti a controllare meticolosamente i carrelli di tutti i clienti? Domanda che sorge spontanea dopo il test del finto cliente e il conseguente licenziamento di tre dipendenti nei negozi Pam Panorama di Siena e Livorno, e di ulteriori segnalazioni da punti vendita nel Lazio. Ai cassieri sarebbe stato contestato di non aver rilevato la merce nascosta da finti clienti, trasformando un test interno in un presunto furto.

Secondo Roberto Brambilla di Filcams Cgil non si tratterebbe affatto di casi isolati, ma di “un’attività ispettiva fatta in maniera molto ampia”, senza informare le organizzazioni sindacali.

Diverse le riflessioni che si impongono a fronte di una vicenda che, per certi versi, ha del grottesco. Ferma la legislazione in materia, da quanto sopra riportato non proprio lodevole è la finalità cui si ispira il controllo dei controllori, nella veste di clienti “per caso” (per modo di dire). 

Condotta che va forse a toccare i nodi gordiani della nostra economia e, prima ancora, dell’apparato Stato. Perché è stato fatto questo a  lavoratori onesti, quando nelle pubbliche amministrazioni regna il caos più totale, e nemmeno di fronte alla inerzia di chi vi è impiegato, la parola licenziamento (salvi i casi di oggettiva gravità) è pressoché estranea al lessico? Lo stato borbonico regna ancora? “Probabilmente” sì. Domande scottanti, cui, fortunatamente, i giudici del lavoro hanno dato tutti risposta “positiva”, reintegrando i cassieri licenziati. Che ne sarebbe stato del diritto di sopravvivere, se pure la giustizia avesse imboccato una direzione contraria?

Hic sunt leones

 

* giudice

 

Maurizio Petrocchi

di Maurizio Petrocchi *

«Dietro l’accordo Ue–Mercosur, oltre il mito del libero scambio. Il paradosso è evidente a chi voglia vederlo. L’Unione Europea approva il più vasto accordo di libero scambio della propria storia nel momento esatto in cui dichiara di voler costruire un’autonomia strategica nelle catene del valore critiche. Proclama la transizione ecologica mentre apre le porte a produzioni agricole incompatibili con i propri standard ambientali. Celebra i diritti dei lavoratori nei trattati mentre ratifica intese con settori storicamente associati a forme di sfruttamento para-schiavistico.

L’accordo con il Mercosur, approvato dal Coreper il 9 gennaio 2026 dopo venticinque anni di negoziati, non è né una vittoria né una sconfitta. È un indicatore. Rivela la natura profonda della competizione geoeconomica contemporanea e le contraddizioni strutturali di un’Europa che non ha ancora deciso cosa vuole essere.
Chi legge l’accordo Mercosur come un semplice trattato commerciale commette un errore di prospettiva. I negoziati iniziati il 28 giugno 1999 si collocano in un arco storico più ampio: quello della globalizzazione post-Guerra Fredda, costruita sull’assunto che l’interdipendenza economica avrebbe progressivamente dissolto i conflitti geopolitici. Era l’epoca del «fine della storia», della presunta convergenza universale verso democrazia liberale e mercato aperto. Tre decenni dopo, quell’assunto è deformato dai fatti. L’interdipendenza non ha eliminato il conflitto, bensì lo ha trasformato.
Le catene di approvvigionamento sono divenute vettori di vulnerabilità strategica.
Gli standard tecnici e sanitari funzionano come barriere non tariffarie. Le classificazioni di rischio ambientale operano come strumenti di politica industriale mascherati. Il commercio internazionale non è mai stato neutro; semplicemente, l’Occidente aveva dimenticato o preferito ignorare che ogni trattato commerciale ridistribuisce potere.
L’accordo Mercosur si inserisce in questa genealogia con una specificità: arriva quando la competizione sino-americana per le risorse critiche ha reso il Sud America un teatro strategico di prima grandezza. Litio argentino, rame cileno, terre rare brasiliane: sono le materie prime della transizione energetica, e chi le controlla, controlla l’infrastruttura industriale del prossimo mezzo secolo. La struttura dell’accordo tradisce le priorità negoziali europee.
I numeri sono eloquenti: le esportazioni tedesche verso il Mercosur ammontano a 15,4 miliardi di euro annui, coinvolgono 12.000 imprese e sostengono 244.000 posti di lavoro. L’Italia, secondo esportatore europeo nell’area, raggiunge circa 5 miliardi, un terzo in meno. L’eliminazione progressiva dei dazi sul 91% degli scambi ridisegna quindi una mappa dei benefici con epicentro a Berlino.
I settori industriali tedeschi ottengono vantaggi strutturali calibrati con precisione. L’industria automobilistica (Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz) vedrà eliminati i dazi attuali del 35% in un arco di 15-18 anni: un “salvagente” per un settore che attraversa una profonda crisi di identità produttiva. I macchinari industriali beneficeranno dell’eliminazione dei dazi del 20%. L’industria chimica (con colossi come BASF e Bayer in posizione dominante) otterrà la rimozione dei dazi del 18%. Il settore farmaceutico vedrà eliminati i dazi del 14%.
Dei quattro miliardi di euro annui risparmiati in dazi doganali, la Germania intercetterà approssimativamente il 40-50%, in proporzione al proprio peso nell’export europeo verso l’area. L’Italia, beneficiario significativo ma secondario, otterrà circa il 14%, con un incremento previsto di 3,5 miliardi di dollari entro il 2036.
Il processo negoziale rivela dinamiche che meritano attenzione: l’attività a favore dell’industria automobilistica non è stata condotta soltanto dalle aziende, ma dalla stessa burocrazia ministeriale tedesca. Il personale del Ministero federale per gli Affari Economici e della Commissione Europea si è rivolto direttamente alle case automobilistiche per raccogliere desiderata e riportarli nei negoziati. È un esempio da manuale di cattura regolatoria istituzionalizzata.
Il costo viene distribuito altrove. Le quote agricole concesse – 99.000 tonnellate di carne bovina, 180.000 di pollame, 190.000 di zucchero – espongono i produttori europei a una competizione asimmetrica. Non asimmetrica per ragioni di efficienza produttiva, ma per architettura normativa. I produttori del Mercosur operano con decine di sostanze attive vietate nell’Unione Europea – le investigazioni documentano almeno 41 tipi di pesticidi proibiti nel mercato comunitario – e utilizzano ormoni della crescita il cui impiego negli allevamenti europei è vietato dal 1981 e la cui importazione è bandita dal 1988, oltre ad antibiotici esclusi dalle normative comunitarie e pesticidi classificati come cancerogeni.
Il paradosso si completa con un dettaglio che merita attenzione: oltre quaranta aziende chimiche europee, per un volume di 33.600 tonnellate annue, esportano verso Brasile e Argentina pesticidi che non possono vendere sul mercato interno. Queste stesse aziende ottengono così un doppio vantaggio: esportare prodotti chimici verso il Mercosur e beneficiare dell’accordo commerciale, mentre i pesticidi vietati rientrano in Europa attraverso le produzioni agricole sudamericane a prezzo ribassato. È un circuito di esternalizzazione del danno che l’accordo Mercosur istituzionalizza.
La geografia del voto in Consiglio Europeo riflette questa distribuzione disarmonica dei benefici: Germania e Spagna favorevoli per interessi industriali; Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda contrarie per tutelare l’agricoltura. L’Italia ha oscillato fino all’ultimo, ottenendo concessioni formali in cambio del voto decisivo.
La presentazione pubblica dell’accordo illustra i meccanismi del conflitto cognitivo contemporaneo. La Commissione Europea lo celebra come “partenariato strategico” che garantisce accesso a materie prime critiche per la transizione verde. Simultaneamente, classifica Brasile e Argentina come paesi a “rischio standard” nel Regolamento sulla deforestazione, e non ad “alto rischio”, riducendo l’intensità dei controlli proprio mentre incrementa le importazioni di prodotti associati alla distruzione dell’Amazzonia. Una scelta da attribuire a pressioni diplomatiche più che a criteri ambientali: il Brasile ha perso 1,14 milioni di ettari di foresta tropicale primaria nel solo 2023, collocandosi tra i maggiori responsabili di deforestazione a livello globale.
Un colosso produttore mondiale di carne bovina, ripetutamente documentato da Greenpeace e Human Rights Watch per pratiche di cattle laundering (riciclaggio di bestiame proveniente da aree deforestate illegalmente) diventa un beneficiario diretto dell’accordo. La stessa Europa che ha costruito il Green Deal come marchio identitario apre le porte a filiere incompatibili con i propri impegni climatici.
Le clausole di salvaguardia, presentate come vittoria negoziale dell’Italia, rivelano a un’analisi ravvicinata la propria natura cosmetica. La soglia di attivazione, inizialmente proposta all’8% a dicembre 2025, è stata ridotta al 5% a gennaio 2026 su richiesta italiana. Ma la sostanza non cambia: procedure lunghe, discrezionali, temporanee. Nessun automatismo, nessuna sanzione vincolante. I dieci miliardi di euro “ottenuti” per gli agricoltori italiani rappresentano un’anticipazione temporale di fondi PAC 2028-2034 – disponibili dal 2028 anziché dal 2031 – non risorse aggiuntive in senso stretto.
Quali scenari si profilano?
Il primo scenario: la normalizzazione. L’accordo viene ratificato dal Parlamento europeo tra aprile e maggio 2026, entra in vigore con applicazione provvisoria. Gli effetti sulla filiera agricola europea si manifestano gradualmente. Le proteste si esauriscono. Il precedente viene consolidato, aprendo la strada a ulteriori accordi costruiti su logiche analoghe.
Il secondo scenario: il blocco parlamentare. La coalizione di circa 145 europarlamentari che hanno richiesto un parere della Corte di Giustizia UE sulla compatibilità dell’accordo riesce a impedire la ratifica. La Francia potrebbe mobilitare un fronte di opposizione. L’accordo verrebbe rinegoziato con l’inserimento di clausole specchio vincolanti. Possibile, ma improbabile: la Commissione ha già segnalato l’intenzione di procedere con applicazione provvisoria anche prima del voto parlamentare.
Il terzo scenario: una crisi differita. L’accordo entra in vigore, ma genera nel medio periodo tensioni sistemiche tra obiettivi climatici dichiarati e flussi commerciali reali. L’incoerenza diventa insostenibile quando gli impegni di neutralità carbonica richiedono misure incompatibili con l’apertura mercosuriana. Rinegoziazione forzata entro un decennio.
Gli indicatori da monitorare sono molteplici, tra questi i volumi effettivi di importazione nei primi ventiquattro mesi; il numero di attivazioni del meccanismo di salvaguardia; l’evoluzione della classificazione di rischio deforestazione; le acquisizioni di asset estrattivi sudamericani da parte di fondi sovrani cinesi; la performance elettorale dei partiti green europei.
L’accordo UE-Mercosur non è un errore di calcolo. È la manifestazione di una scelta implicita: privilegiare l’efficienza allocativa di breve periodo sulla coerenza strategica di lungo periodo; sacrificare la sovranità normativa sull’altare dell’interdipendenza; esternalizzare i costi ambientali e sociali verso attori privi di voce nel processo decisionale europeo.
La domanda strategica che l’accordo pone non riguarda i dazi o le quote, riguarda la natura del progetto europeo. Un’Europa che esporta standard elevati costruisce potere normativo globale. Un’Europa che importa prodotti incompatibili con i propri standard erode la propria credibilità e, con essa, la propria capacità di influenza.
La cecità strategica non è un destino, è una scelta politica ripetuta quotidianamente nelle sale di Bruxelles. L’accordo Mercosur la rende semplicemente più visibile.

* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat

di Maurizio Petrocchi *

«Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno condotto raid aerei su Caracas catturando Nicolás Maduro. Dietro la retorica antidroga emerge una strategia di lawfare totale che ridefinisce sovranità, diritto internazionale e guerra. La fragilità del regime post-Maduro si rivela in un incidente imbarazzante.

Dal 2013 il Venezuela attraversa un collasso senza precedenti: PIL crollato dell’80%, inflazione del 1.7 milioni % nel 2019, oltre 7,3 milioni di persone fuggite (il 25% della popolazione). Il paradosso: il paese possiede le maggiori riserve petrolifere mondiali (303 miliardi di barili, 17% del totale globale), ma la popolazione soffre carenze alimentari ed energetiche. La produzione petrolifera è crollata dai 3 milioni di barili giornalieri degli anni Novanta agli attuali 860.000-1,1 milioni.
Le elezioni del luglio 2024 hanno segnato la rottura definitiva. Maduro è stato proclamato vincitore con percentuali perfettamente rotonde fino al quinto decimale (probabilità una su cento milioni). L’opposizione ha documentato la vittoria di Edmundo González Urrutia, poi costretto all’esilio. Il Centro Carter ha dichiarato che le elezioni «non hanno rispettato gli standard internazionali».
Tra agosto e dicembre 2025, Trump ha raddoppiato a 50 milioni di dollari la taglia su Maduro, ha designato il Cartelle de los Soles come organizzazione terroristica e ha dispiegato tre navi da guerra inclusa la portaerei Gerald Ford. L’operazione Southern Spear ha condotto 35 raid contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico con oltre 80 morti, senza arresti né sequestri.
Il 3 gennaio 2026, sette esplosioni hanno colpito Caracas: basi militari, quartier generale, mausoleo di Chávez. Poche ore dopo è arrivato l’annuncio della cattura del Presidente venezuelano.
Maduro è detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, la Guantanamo di New York, in isolamento 23 ore al giorno. Durante la prima udienza si è identificato come «presidente del Venezuela e prigioniero di guerra», invocando le Convenzioni di Ginevra. Rischia tra 20 anni e l’ergastolo per narcotraffico e narcoterrorismo.
Ma il caso di Juan Orlando Hernández svela il doppio standard. L’ex presidente honduregno, condannato nel 2024 per aver facilitato l’importazione di 400 tonnellate di cocaina negli USA, è stato graziato da Trump il 1° dicembre 2025. Il senatore repubblicano Cassidy ha chiesto: «Perché graziamo Hernández e perseguitiamo Maduro per narcotraffico?». La risposta è geopolitica, Hernández servirebbe gli interessi USA in Honduras; Maduro no.
L’operazione rappresenta il paradigma del lawfare totale – l’uso strategico del diritto come arma bellica. Trump ha declassato Maduro da Capo di Stato a narcoterrorista, aggirando il diritto internazionale: nessuna dichiarazione di guerra, nessun mandato ONU, nessuna protezione per prigionieri di guerra.
Alla conferenza stampa di Mar-a-Lago, Trump ha dichiarato: «Gestiremo il Venezuela in attesa di una transizione sicura. Gestiremo il paese fino a quando potremo farlo». Ha confermato che «le compagnie petrolifere americane si insedieranno» mentre «l’embargo rimane in vigore». Il petrolio venezuelano potrà essere estratto solo da aziende americane sotto controllo di Washington.
Ha invocato la Dottrina Monroe aggiornata: Russia, Cina, Iran e Cuba devono essere espulsi dall’emisfero occidentale e le minacce si estendono ad altri paesi latinoamericani.
La sera tra il 5 e 6 gennaio, intense raffiche di armi automatiche hanno squarciato il silenzio a Caracas nei pressi del Palazzo di Miraflores. Per oltre un minuto, traccianti nel cielo notturno e mezzi blindati hanno fatto temere un secondo attacco americano. La realtà è stata più imbarazzante, droni di sorveglianza lanciati da alcune unità di sicurezza senza coordinamento con il personale di terra. Le guardie presidenziali hanno aperto il fuoco credendo di fronteggiare una minaccia ostile.
L’incidente rivela la destrutturazione dell’apparato di sicurezza chavista. Secondo l’Atlantic Council, nei giorni successivi all’attacco americano il regime «non è stato in grado di montare alcuna efficace azione militare difensiva» e «le catene di comando e controllo militare erano chiaramente interrotte». L’episodio di fuoco amico espone tensioni latenti, lealtà frammentate e protocolli inadeguati.
Con Maduro detenuto, il potere si concentra in una triade composta da Delcy Rodríguez (presidente ad interim e interlocutrice di Washington), Vladimir Padrino López (ministro della Difesa), Diosdado Cabello (ministro dell’Interno e anima nera del regime, accusato di guidare il cartello dei narcotrafficanti).
Marco Rubio, ribattezzato il nuovo viceré del Venezuela, ha ottenuto la piena cooperazione da Caracas con richieste brutali: espulsione di agenti iraniani e cubani, interruzione delle vendite petrolifere ai rivali degli USA, elezioni libere.
Il caso venezuelano crea un precedente letale. Se gli USA possono attaccare uno stato sovrano catturando il leader semplicemente riqualificandolo come narcoterrorista, cosa impedisce ad altre potenze di replicare?
La riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU si è conclusa senza risoluzioni. Lula e Petro hanno condannato l’aggressione, ma l’UE ha assunto una posizione ambigua. Il sistema multilaterale appare paralizzato.
Dietro il narcotraffico (il Venezuela rappresenta meno dell’1% del traffico mondiale) emergono obiettivi strategici come ricondurre il petrolio venezuelano nell’orbita del dollaro; contrastare Russia e Cina in America Latina; controllare le rotte caraibiche vitali.
Il diritto internazionale è diventato strumento di dominio, designazioni legali trasformate in armi, giurisdizione universale applicata selettivamente, sanzioni extraterritoriali. La sovranità statale diventa privilegio revocabile. Il Venezuela rischia di essere il primo capitolo di una distopia giuridica globale, la guerra mascherata da operazione di polizia, l’invasione presentata come autodifesa, il diritto trasformato da vincolo in strumento del più forte».

* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

La esecrabile tendenza social a puntare il dito (ancora sulla strage di Crans Montana)
“E allora sì: è molto più facile puntare il dito che guardare in faccia la fragilità umana. Ma farlo sulla pelle di ragazzi morti e genitori distrutti non è lucidità. È disumanizzazione. E quando perdiamo la capacità di riconoscere l’innocenza del dolore altrui, il problema non è più la tragedia. Il problema siamo noi”.

«Quello che emerge da frasi come “se la sono cercata”, “potevano scappare”, “i genitori dove erano?” non è lucidità. È difesa psicologica. Ed è una delle più primitive».  Spesso le persone, per difendersi, gettano sull’altro le proprie paure, le proprie omissioni, i propri dubbî, nonché i meriti che si auto-attribuiscono. Nel caso dell’incendio divampato nel Crans Montana, che da giorni tiene tristemente banco in tutti i mezzi di comunicazione, annidandosi nelle nostre coscienze, si fa presto a criminalizzare la condotta dei giovani, molti dei quali minorenni, stigmatizzando, come se non bastasse quello che è successo…la culpa in vigilando in capo ai genitori. Lo si fa perché non si regge all’urto del pensare che identica sorte poteva toccare ai figli di chi punta il dito accusatore; lo si fa per rovesciare i ruoli, perché il pensiero di essere i genitori di un figlio che poteva essere lì, a festeggiare quel nefasto San Silvestro, porta con sé un carico di colpa insostenibile. E lo si fa, perché perdere un figlio è un qualcosa, che la mente rifiuta: per esorcizzare il quale, si addossano a dei poveri disgraziati, che patiranno per sempre il lutto di una morte assurda, colpe che non hanno. È il gioco di rifrazione fra specchi, uno dei quali ustorio. Colpa, e conseguente responsabilità, di non aver vigilato, mandando i figli a quella maledetta festa?…colpa di non essere stati accorti nell’assentire a un comprensibilissimo slancio di vita, di gioventù?…
«Se “se la sono cercata”, se “hanno sbagliato”, se “i genitori erano irresponsabili”, allora il mondo torna ad avere un ordine rassicurante». È talmente forte l’altrui disagio, da mettere all’indice loro, i “colpevoli”. Poveri cristi, che da vittime diventano carnefici. Gioco facile per gli altri. Gioco che, se condito da anafettività e mancanza totale di empatia, diventa deflagrazione, divampando come quel fuoco maligno. Terribile per chi lo subisce da una parte, certa gente ha mai riflettuto sull’abisso in cui sono sprofondati gli orfani di un così crudele destino?…, cartina di tornasole della povertà umana di chi trancia sentenze, dall’altra. I catoni non hanno provato quello che hanno provato i genitori di chi è bruciato nel rogo. Fra questi mi ci posso mettere anche io, e scusate l’intrusione. Perché anch’io, sia pure in circostanze diverse, ho subito un affronto simile da parte del fato. La gente “per bene” ti scansa, ma scrive sentenze, destinate a rimanere incise per sempre nel cuore di chi è stato condannato, senza una ragione, prima della sorte, e poi da chi si pasce delle altrui disgrazie, a tacitarie atavici sensi di colpa. Purtroppo per “loro”, verranno i giorni, non dico del pentimento, ma in cui i balordi si renderanno conto dell’abominio commesso, ma sarà troppo tardi. Parlo per loro:
“Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro” (G. Leopardi).

* giudice